Mtb

Test: Kona Process Carbon

La prima cosa che salta all’occhio della nuova Process è che, a differenza del passato, questa è in carbonio. Esistono anche allestimenti e versioni in alluminio, ma se si vuole il top, i ragazzi di Kona hanno servito un bel piatto. Che non vanta solo nuovi materiali costruttivi, ma un telaio completamente ridisegnato, con geometrie tutte nuove ed allestimenti al top. Come quella che ho testato io, ovvero la versione 153 CR-DL che non lascia niente al caso.

Forcella Rock Shox Lyrik RCT3, Super Deluxe RCT, gruppo Sram x01 Eagle, Reverb e ruote con cerchi WTB Asym con canale da 29mm. Parola d’ordine, nessun compromesso per questa 27.5” che vanta un carro cortissimo e che, insieme all’angolo di sterzo non troppo aperto, permette una maneggevolezza ed una reattività nel misto-veloce davvero pregevole.

Una bici da discesa, ovvio, ma che non disdegna i tratti in salita, anche quelli più ripidi. Nei quali la Process non si impenna affatto, grazie ad un angolo sella molto dritto (che sinceramente non mi è mai capitato di vedere nelle altre bici testate). Ma non è solo questo che rende possibile pedalare in salita, no: c’é anche il fatto che la Process Carbon è così scorrevole, così “facile” che anche le pettate paiono più semplici di quanto non siano nella realtà. Offre un’ottima motricità sugli ostacoli, anche senza utilizzare la piattaforma stabile del Deluxe. Che, di contro, si rende necessario nelle salite più lunghe, visto il tratto iniziale parecchio “plush” della sospensione.

Altro punto di forza della nuova Process è la posizione di guida, per niente distesa, ma comoda, ben bilanciata, con un baricentro perfettamente centrato tra le ruote che rende inutile caricare l’anteriore. Merito del carro così corto, e nonostante un reach abbondante.

Una bici che si discosta dal gruppo, grazie a geometrie diverse, che convincono ma che allo stesso tempo rendono necessari alcuni giorni di adattamento. Divertente nei tornanti, nello stretto, nel ripido. Sia in discesa che in salita, dove anche le rampe più verticali vengono quasi “spianate” dalla perfetta combinazione tra carro corto, reach elevato e angolo sella dritto.

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